Roberto Segatori – Sulla linea di confine.

Esistono individui – scienziati, artisti, imprenditori – che sono essenzialmente dei devianti, e che fanno della devianza la loro risorsa creativa. In questo senso la devianza è un modo di vedere le cose radicalmente “altro” rispetto al senso comune, un atteggiamento stralunato che porta ad associare forme e oggetti secondo registri magici come a nessuno verrebbe mai in mente di fare. Così, ad esempio, dovette apparire Isaac Newton quando si chiese, vedendo staccarsi una mela da un ramo, perché mai questa si dirigesse verso terra e non, che so, verso il cielo o galleggiasse a mezz’aria.

E’ matto, devono sicuramente aver pensato gli astanti, salvo poi a ricredersi all’affermarsi della legge di gravitazione universale. Di simili devianti è peraltro piena la storia dell’arte, da Van Gogh a Picasso, tanto per restare ad artisti a noi vicini. Sul lato opposto stanno i razionali. Costoro sono individui che per forma mentale seguono con rigore le connessioni causa-effetto o mezzi-fini, e lo fanno soprattutto aderendo al principio di realtà dominante. Tale impostazione cerca di non mollare mai il controllo delle situazioni concrete, e privilegia il calcolo e il senso della praticità. In mezzo a queste due posizioni stanno i border-line, le figure di soglia. Si tratta di persone ricche che intuiscono e apprezzano le radicali aperture della devianza creativa, ma che al contempo, per senso pratico o magari per pudore, preferiscono non scostare troppo i piedi da terra. Nel disegno e nella pittura Antonietta Innocenti a me pare una border-line.

Quattro aspetti della sua esperienza mi sembra siano lì a dimostrarlo. Il primo è quello, assai arguto, del disegno umoristico. Assolutamente reali sono i personaggi dei suoi schizzi, ma totalmente surreali e ironiche sono le modalità e le forme in cui essi vengono rappresentati. Quanto piacere si prova, in un’epoca di papismo di ritorno, a riosservare i preti e i cardinali mostrati nella prosa stralunata della matita di Antonietta! Il secondo aspetto riguarda i manifesti del cinema. Si potrebbe dire che qui l’autrice fa di opportunità, virtù. I suoi manifesti sono veloci e liberi richiami alle trame di un mondo fantastico per antonomasia. Un’ apertura formale e sostanziale all’immaginario. Pur tuttavia la loro funzione ne rivela l’ancoraggio alla realtà, il senso pratico che li ispira: riconciliarsi creativamente con un padre austero, promuovere il successo del vecchio cinema di famiglia. Il terzo aspetto concerne l’astrattismo.

L’arte astratta è, per definizione, una rottura dei canoni classici, un’irruzione di devianza visiva. Antonietta Innocenti la pratica, dice il critico d’arte, con resa assai efficace. Eppure, anche in questo caso, è una scelta che resta concreta. E’ un astrattismo bello e ben vissuto, ma ovviamente non può essere – ne per lei né per quelli della sua generazione – quello ruvido e dissonante delle prime avanguardie. Così Antonietta Innocenti torna, nel suo quarto aspetto, l’attuale, a comporre insieme figurativo e astratto. Una certa rappresentazione della realtà compare nei suoi corpi di donna, che sono poi i corpi delle donne della moda contemporanea: eleganti, sinuosi, leggeri e gradevoli a vedersi. L’astratto inizia là dove i corpi sfumano con aperture su spazi lasciati liberi all’interpretazione, quando la metafora della libertà non appare in maniera più esplicita sotto forma di ali di icari e di angeli.

Eppure, ancora oggi, lo sguardo sociale fa avvertire tale produzione come border-line. Che dire allora di questa medianità, che gioca a mostrarsi come medialità? Non faccio fatica a credere che nel corso della sua esperienza artistica Antonietta Innocenti abbia ricevuto da molte persone sollecitazioni ad essere più “radicale”, più “istintiva” più “deviante” . Penso altresì che altre l’abbiano invitata a mantenere, all’opposto, una forte presa sulla realtà, una forma minima di autodifesa, meno irresponsabile e più concreta. La mia idea, però, è che certe posizioni non si scelgono sempre consapevolmente. Spesso si è ciò che ci si sente di essere, e basta. Come i volti delle sue donne appaiono controllati, interdetti, ermetici, così Antonietta Innocenti continua a stare sulla linea di confine.

E’ molto, è poco? Non è questo il nodo. Di sicuro Antonietta esprime pienamente, con la sua biografia e la sua arte, l’itinerario difficile, complesso e mai banale delle donne del nostro tempo che hanno avuto il coraggio di uscire fuori dalle nicchie domestiche protette, per viaggiare ai confini degli spazi lacerati e laceranti dell’espressività modulata sui modelli maschili, e della solitudine esistenziale. (1999)